Tu non sai cosa vuol dire aspettarti e sapere che non arriverai mai.
A. Chinaglia (via nonsorridermipiutiprego)
Resta con me,perché un attimo trascorso insieme vale più di mille attimi messi insieme.
― (via desolantepanoramaumano)
Bisogna amarsi, e poi bisogna dirselo, e poi bisogna scriverselo, e poi bisogna baciarsi sulla bocca, sugli occhi, e ovunque.
V. Hugo (via distruggerci)
VOI NON CAPITE UN CAZZO DI COME CI SI SENTE AD ESSERE SEMPRE IN IMBARAZZO CON SE STESSI, A VERGOGNARSI DI METTERE UNA MAGLIETTA UN PO’ PIU’ STRETTA DEL SOLITO O A STARE IN COSTUME DAVANTI A TUTTI. NON SAPETE QUANTI SACRIFICI SI DEVONO FARE. NON SAPETE QUANTO SI STA MALE A VEDERE CHE IL NUMERO SULLA BILANCIA NON CALA. VOI NON SAPETE QUANTO CAZZO MI FACCIO SCHIFO, PERO’ CONTINUATE A CRITICARMI E A FARMI SENTIRE PEGGIO.
ALLA FINE L’UNICA CHE RESTA DA SOLA SONO IO.
L’UNICA CHE VIENE MESSA DA PARTE DAGLI AMICI, DAI GENITORI, DAI COMPAGNI DI SCUOLA E DAI RAGAZZI.
SEMPRE E SOLO IO.
― (via this-is-alessia)
- Odio la scuola.
-Ma grazie ad essa hai conosciuto delle persone stup…
- Stupide. Delle persone stupide.

Perlabionda. (via perlabionda)

Appunto.

(via deepinmyboness)

Sai, io lo so che non mi mancherai per sempre. Ma oggi mi mancavi ancora troppo per poter andare avanti. Forse domani sarà il grande giorno. Ma oggi ti amo ancora.

-Francesco Roversi. (via ihaventhope)

Mh

(via deepinmyboness)

alecavallari:

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hurricanenede:

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siifortepiccolasoldatessa:

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ilpesodivivere:

uraganinellostomaco:

conlaltamareaneglisguardi:

-Promettimelo.

"promettimi che resterai anche se non sono chissà cosa, anche se sono così poco, così nulla, così briciole."

Sto piangendo.

Adoro la voce di questa ragazza, quello che dice e la musica! Tutto così perfetto!

Io me la sposo. Cavolo! È fantastica. Io la Amo. (♥️)

Ha una voce che… MANNAGGIA A CRISTO!

"prometti di stringermi forte ogni volta."

Le lacrime. Amo sta ragazza.

È la seconda volta che lo rebloggo. Amo sta ragazza.

Sarà già la quarta volta che lo rebloggo.
Amo la voce di questa ragazza e ogni singola parola che dice in sta registrazione cazzo.

Dannazione non riesco a smettere di piangere..

Se avessi saputo che quel “promettimi” un giorno sarebbe diventato questo…

🌸

cristoddio

Quanto amo sta ragazza ❤

Ma in fondo io ci spero ancora che tu ci sia nel mio domani.
― Cesare Cremonini (via malessia)

Aspettavo impazientemente in una stupida sala d’attesa di un ospedale. Avevo preso il primo aereo pur di venire al più presto possibile, e una volta arrivata mi toccava aspettare; aspettare poi per vedere colui che conoscevo meglio al mondo. Il mio vecchio migliore amico. Quella persona che solo dieci anni fa cancellava le mie lacrime con sorrisi, abbracciava le mie arrabbiature inutili e appoggiava i miei stupidi sogni di gioventù, come quelli di diventare una spogliarellista. Ero una pazza a vent’anni, non dormivo mai a casa e già avevo provato tutti i tipi di droghe. Ma con me a dirmi di non farlo c’era sempre stato Rio. Con i suoi capelli scuri e gli occhi verdi mi rimproverava in continuazione, prima di sparire sulla sua Rosaly a tutta velocità. Era anche lui un pazzo, ma mi fermava prima di fare qualcosa di stupido, per far quel qualcosa assieme a me. Era come un fratello, un ragazzo, un migliore amico oppure non era niente se non la solita persona da cui vai in continuazione, anche per sapere il parere di un film. La verità è che io e lui non avevamo mai avuto etichette. Lui con la sua giacca di pelle nera, l’inconfondibile ghigno che un po’ mi irritava e un po’ mi eccitava; gli occhi verdi quasi fluo e una fila di ragazze a baciare la terra dove camminava, anzi correva sulla sua Rosaly. Mentre io ero la solita brava ragazza, con la coda bionda raccolta in una coda e il viso acqua e sapone; poi però incontrai lui, il mio migliore amico. E divenni una vera pazza, con le ciocche azzurre e una costante canna in mano. Grazie a lui mi ero divertita, grazie a lui avevo provato cosa significasse essere una camomilla. Una di quelle ragazze che si legano di spalle con una cintura al loro ragazzo che guida la modo ad impennate. Fantastico, cazzo. Ricordo che stringevo gli occhi per la paura, mentre l’asfalto mi fissava e lui dava troppo gas. Avevamo vinto cinquecento euro ed ero diventata la sua camomilla. Tutti volevano essere la camomilla di Rio, ma lui aveva scelto me. Quella ragazza che legge Shakespeare sotto il ramo coperto d’un albero e si massacra la coda bionda quando i suoi verdi la fissavano. Gli occhi verdi di Rio, avevano uno strano effetto su di me. Limpidi e sinceri con uno strano luccichio che faceva capire quanto lui valesse, voleva fare il pittore di giorno e il motociclista illegale di notte. E quasi lo rivedo quando con la sua giacca di pelle e il suo ghigno, davanti la serra dove c’erano le tombe di tutti i morti sulle moto per stupide gare, mi diceva che era immortale e non sarebbe mai finito in una tomba. Ma se proprio doveva morire, mi diceva, voleva essere seppellito alla serra e donare la sua Rosaly a me. Come se io me ne facessi qualcosa di quella moto per delinquenti, gli rispondevo con un sorriso schernitore.

“Signorina,ora può entrare.” Mi richiamò alla realtà al voce dolce dell’infermiera, che mi accompagnò alla stanza venti\uno\quattro. Spalancai la bocca. Era la stessa data in cui partii. Venti gennaio millenovecentonovantaquattro. Entrai cauta, paurosa di ciò che avrei potuto trovare.

Tubi, solo tubi. Ricoperto da tubi s’un lettino. Gli occhi chiusi non permettevano al verde di brillare. La maschera per respirare non permetteva al ghigno di comparire. E lui era il mio pazzo amico, attaccato ad un filo. Incidente in moto avevano detto, era ubriaco; cercava di dimenticare. Ma dimenticare chi? Cosa? Non potevo saperlo. Ciò che avevo davanti non era Rio, ma solo l’involucro del suo corpo. Un involucro seppur bellissimo che non esprimeva nulla.

“Era ubriaco.” Commentò l’infermiera ancora dietro di me; sussultai non sapendo che ci fosse. Piangevo.

“Cercava di dimenticare una certa Sara. Si è anche fatto un tatuaggio sul petto con su scritto Sara.” Continuava lei, ignara del dolore che mi affliggeva. E in un attimo tutto mi fu chiaro. Cercava di dimenticare me da ben dieci anni e cosa non era meglio del sonno eterno? Tutti avrebbero preso per uno stupido incidente, ciò che in realtà era un suicidio. Piangevo lacrime amare anche davanti l’infermiera, urlavo il suo nome. E una parte di me diceva di staccare quel filo per portare a termine ciò che aveva iniziato. Ma poi mi calmai. Dovevo parlargli.

Passai per la cartolibreria e comprai un intero pacco di biro e due quaderni. Andai a casa sua, ignorando le telefonate di mio marito rimasto a New York. Sapevo il trucco per aprire la sua porta senza chiavi, a vent’anni era il mio rifugio. Il suo profumo mi sommerse insieme ai ricordi legati a quella casa. Subito mi feci una doccia col suo bagnoschiuma e dopo mi vestii con i suoi vestiti. Volevo conservare il suo profumo, volevo conservare tutto di lui nei miei ricordi.

Era l’una di notte, non riuscivo a dormire e sulla tv facevano solo repliche del grande fratello, presi una biro nera. Odiavo quelle blu. Presi il quaderno e iniziai a scrivere una lettera.

Caro Valerio,

anzi Rio mi è più familiare.

Caro Rio,

come stai tutto bene? Com’è la vita attaccata ad un filo d’ospedale? Spero bella, perché è la vita che ti scelto quella notte in cui hai cercato il suicidio. Spero che tu non muoia per la tua stupidità. Lo hai davvero fatto per dimenticarti di me? Volevi davvero dimenticare i dieci anni passati insieme più belli della nostra vita? Spero di no. Sei uno stupido, cazzo. Non hai idea di quanto tempo io abbia passato sotto gli occhi di mio marito a fissare il telefono, per una tua telefonata. Ora ho trent’anni sai, pensavo tu fossi cambiato. Pensavo tu non corressi più, stupida vero? In realtà correvi eccome, ma solo per toglierti la vita. Mentre io sono diventata dottoressa, ho messo la testa a posto e mi sono fatta una famiglia, tu correvi, ti ubriacavi e dipingevi me. Ho visto i tuoi quadri, li trovo stupendi, seppur ci sono sempre e solo io. Il mio preferito è il ritratto di noi due al mare, è veramente stupendo. Ti ricordi quella giornata Rio? Io avevo tredici anni, tu quindici. Avevo appena litigato con mia madre e tu mi eri passato a prendere con il tuo motorino. Quel catorcio di motorino, non può proprio competere con Rosaly che ricevetti solo due anni dopo. Io piangevo, era tardi, forse le dieci. Tu continuavi a dirmi che sarebbe andata bene, che mia madre non mi odiava aveva solo il ciclo ed io mi chiedevo se crederti o no; poi verso mezzanotte, litigammo e tu mi presi in braccio portandomi in spiaggia. Che schifo di mare che c’è qui. Ballammo tutta la notte, tra abbracci e carezze. Facemmo persino il bagno delle due del mattino. Tu eri completamente nudo, io avevo tenuto l’intimo, mi vergognavo e non avevo neanche fatto la ceretta. Mi salvasti la vita quel giorno, ma non era quel giorno che legammo veramente.

Era mezzogiorno, io di anni ne avevo quattordici era passato un solo giorno, con te ci parlavo ti consideravo una specie di fratello. Entrai in classe, primo giorno alle superiori. Avevo paura, tu facevi il terzo. Ero terrorizzata non sapevo come parlare, con chi parlare e se parlare. Trascorsi una giornata d’inferno, finché, verso la quarta ora, mi presi sotto braccio e mi feci conoscere tutti i tuoi amici, tutti quelli più popolari. E da quel giorno seppur ero una secchiona, tutti avevano una scusa per parlare con me. Lo stesso pomeriggio venni a casa tua per studiare e tu mi raccontasti tutto di te. Di come tuo padre voleva che diventassi un attore, come tuo fratello maggiore Edward, di come tu ti eri rifiutato categoricamente seppur avevi solo sedici anni. Di come tua madre ti abbandonò da solo con tuo padre e di come ti fossi ripreso in fretta. Quel giorno tra risa, pianti e popcorn nacque qualcosa di speciale: la nostra amicizia. Ci chiamavano gli inseparabili, dopo solo una settimana io e te eravamo indivisibili. Io sapevo tutto di te e tu tutto di me. Mi sembra uno scambio equo. Ma non potrai mai capire il bene che ho sempre provato per te, nei tuoi abbracci, nei tuoi baci, nelle tue carezze. Ho solo un rimpianto, quello di non averti baciato di nuovo. Ti ricordi il nostro primo ed ultimo bacio? C’era un sole che spaccava le rocce, eravamo in piazza. Tu con la tua nuova ragazza ed io col mio ragazzo, avevamo litigato. Non facevo altro che strusciarmi con Tommy per vedere la tua reazione, ovviamente eri rosso dalla rabbia. Ma non quanto me per tutte le volte che sussurravi cose dolci ad Anna. Non dicevi mai cose dolci ad una ragazza, tranne me. Ovvio. Fino a quando non me ne andai per fare una passeggiata, ma Tommy mi baciò più volte con irruenza fino a quando non gli urlai contro che mi faceva schifo e che lo usavo per farti solo ingelosire. Lui mi diete della manipolatrice, aveva già sedici anni all’epoca e tu eri maggiorenne. Ero sola, triste e sapevo che tu stavi appiccicato a quella; per concludere, mentre ero poggiata sulla fontana di Trevi a prendere e tirare monetine, scese giù dal cielo il diluvio universale. Io ero in canottiera, era il venti agosto, cazzo. Non feci per andarmene, non me ne fregava se mi bagnavo; tanto non avevo passato la piastra. Dopo qualche minuto passato a pensare cazzate come Goku avesse ucciso Cell, a quei tempi andava dragonball, tu corsi da me. Ricordo quasi bene ciò che mi dicesti.

“Puffolosa che ci fai qui?” Mi chiesi con il tuo solito ghigno, per la mia camicia bianca. Bagnata. Ed ero senza reggiseno.

“Pervertito.” Ero piccola, ed ero ‘na mezza santa.

“E vaffanculo.” Urlasti, sotto la pioggia. Solo che tu avevi l’ombrello. Incominciai a piangere, mi piegai su me stessa per non farmi vedere e piangevo in convulsivamente, fino a che non mi copristi con l’ombrello.

“Cazzo vuoi?” Ti chiesi arrabbiata, notando che fossi coperta.

“Voglio fa’ pace, abbe’?” Urlò facendomi alzare, mi ricordo perfettamente come mandasti l’ombrello a fanculo e unisti le nostre labbra. I tuoi occhi verdi che mi divoravano e le tue labbra che affogavano nelle mie. Bacio dolce, bacio passionale, una danza fra le nostre lingue. Un bacio, uno solo. Il giorno dopo ero tremendamente imbarazzata finché non mi presi da parte e con sguardo vago mi dicesti che volevi continuare ad essere mio amico seppur ti attraevo sessualmente. Da quella notte dormire con te fu molto più complicato, vivevo con l’ansia di buttarmi addosso a te. Non te l’ho mai detto, ma ci sognavo sempre su un set d’un film porno. Dio, forse andandomene ho fatto l’errore più grande della mia vita. Ti ricordi quel giorno? Io avevo annunciato con felicità che sarei partita per la grande mela in cerca della mia vita, tutti felici tranne te. Non me ne curai pensando che fosse solo nostalgia prematura. Ma una settimana dopo quando presi quell’aereo che ci allontanò per sempre, tu non venni per salutarmi e piansi lacrime amare per tutto il viaggio. A New York mi sono sposata, è anche lui un medico. Lui è un errore, come tutta la mia cazzo di vita a New York. Ora che ci penso ho fatto un grosso sbaglio ad andarmene da te, procurando la tua e la mia tristezza.

Perciò SCUSA, ma la verità è che sono sempre stata innamorata di te e rimanere qui significava essere la tua migliore amica per sempre. Solo ora mi accorgo di quanto fosse forte il tuo sentimento per me. Se potessi tornare indietro nel tempo, invece di partire sarei corsa da te, per baciarti e urlarti il mio amore. Non l’ho fatto e mi ritrovo una vita di merda senza i tuoi fantastici occhi verdi. Sapevo che non sarei dovuta tornare qui, troppi ricordi, troppo te. Devo finire di scrivere ‘ste stronzate, tanto tu non leggerai e, se lo farai, io sarò di nuovo a New York. Ma le probabilità che tu ti sveglia sono una su un milione. Spero che tu sia quell’uno in cui tutti credono (o temono), quell’uno che tutti vogliono essere, ma non ci riescono diventando soltanto un numero indefinito, sfogato, in un angoletto buio dov’è difficile vedere persino quale numero è capitato a te.

Stupida. Ecco cosa sono. Ora piango. Più per me che per la tua quasi morte.

Sono stupida, ti amo e tu stai morendo. CAZZO.

Ed è tutta colpa mia. Io sono partita, io mi sono rinchiusa in un corpo da dottore quando poi volevo fare la spogliarellista, o correre assieme a te. Io mi sono costruita un guscio e sempre io sto rompendo pezzo dopo pezzo questo guscio inutile, un guscio di ricordi, un guscio pieno di te.

Sembra più una lettera d’amore che d’addio, ma finalmente ho detto tutto.

Mi sento libera come quella volta a luglio, che ero scappata di casa e tu mi portasti con te a una super festa. Mi impasticcai e mi buttai giù da uno scoglio. Tu corsi verso di me e riuscisti a buttarti con me, mi presi tra le tue braccia e ti misi di spalle. In modo da poter prendere tu lo scoglio sotto di noi e noi io. Fortuna volle che lo scoglio lo prendemmo solo di striscio, io non mi feci niente in quanto ero sopra di te. Tu ti ruppi tutte e due le gambe con la grossa possibilità di giocartele definitivamente, per la botta alla spina dorsale. Eppure due giorni dopo all’ospedale mi dissi:”che volo che abbiamo fatto eh!” E avevi iniziato a ridere come un pazzo. Quella notte mi sentii per la prima volta libera davvero seppur ero stata una stupida. Sono sempre stata stupida, forse è nel mio dna. Dio, solo ora mi rendo conto quanto tu mi manchi. Ora mentre indosso la tua giacca preferita, pervasa dal tuo profumo. One million, se non sbaglio. Mi mancano i tuoi baci sulla mia fronte per darmi la buona notte, sono quasi sicura che lì tu abbia lasciato un piccolo solco. Mi mancano le tue carezze quando piangevo o semplicemente quando guardavamo un film. Mi manca guardare RomeoxJuliet assieme a te, mentre tu mi coprivi gli occhi per non farmi vedere Romeo morire. Dopo poco seguito da Giulietta. E’ questo che ci è successo a noi? Siamo diventati come Romeo e Giulietta? No.

Loro sono morti, ma il loro amore è ancora vivo. Noi non siamo morti, ma il nostro amore si.

Sono stufa di scriverti del mio dolore, se leggerai vieni da me e baciami.

Se sarai morto piangerò per te, dal mio attico a New York. E prometto di pensare a te tutte le volte che farò l’amore con mio marito.

Dico arrivederci e non addio, perché spero in un nostro incontro, nei sogni da morti. Dovunque tu voglia, l’importante è che tu ci sia.

Al prossimo sogno, o vita

Tua Sara nanettapuffolosaisterica (pure senza ciclo.)

Ti amo e arrivederci.

Guardai attentamente il quaderno. Presi le pagine che mi servivano e le piegai in malo modo, prima di riporle in una busta per le lettere. Da fuori sembrava una normalissima lettera, se non fosse per il contenuto distruttivo. Sto venendo verso la tua stanza, senza salutare i tuoi genitori che discutono se staccarti la spina o no. Entro, in silenzio. Sei bellissimo sai? Anche con tutti quei fili attaccati, anche senza forza, anche se nascondi i tuoi bellissimi occhi e il tuo irritante ghigno. Sei uno strano essere complicato, ma io ti amo. E cazzo, non sai quant’è liberatorio poter ammettere che ti amo. Sei steso su quello stupido lettino, continuo a fissarti. Mi avvicino, sposto la mascherina. E ti bacio. Solo a stampo. Un bacio così desiderato, uno di quelli che mi ha logorato dentro.

“SVEGLIATI!” Urlo, piango, urlo e piango ancora. Non posso vederti così, ti prego svegliati, ti prego parlami, ti prego perdonami. Ma tu non ti muovi neanche, capisco che sei morto. Prendo la mia lettera, la poso nella tasca della tua vestaglia d’ospedale.

“Ma cosa fai?” Mi chiede tua madre con un dolce sorriso, non l’ho neanche salutata.

“Gli do una lettera”, ammetto sapendo di avere due solchi sotto gli occhi e di indossare ancora la tua giacca.

“Sai mi han detto che si è ucciso per dimenticarti.” Vorrebbe addossare la tua morte su di me, forse me lo merito. Non rispondo.

“Suicidio non incidente” continua senza piangere. Mi chiedo da quanto tempo tu sia in questo stato.

“Nella serra.” Sussurro guardandoti, prima di andar via da quell’ospedale. Ho lo sguardo perplesso di tua madre su di me, si chiede cosa significhi la serra. Lei lo sa, ma non vuole ammettere che ti dovrà seppellire. E questo è un addio. Sto per salire una seconda volta sull’aereo che mi porterà lontano da te, andrò da mio marito, gli dirò che lo amo e desidererò di morire. Ed è questo il mio futuro. Tu sei morto fisicamente, io nell’anima. Guardo fuori dall’oblò immaginandomi un’ultima volta i tuoi occhi verdi. Mi arriva un messaggio, tua madre. Ha staccato la spina e ha scelto la serra per seppellirti ma mi ha anche detto che la mia lettera è stata incisa sulla tua lapide. Lapide lunga.

Spero che quest’aereo precipiti.

Con un senso di vuoto e morte dentro me, ritorno a “casa mia” da mio marito che mi aspetta e i miei pazienti da curare. Mi sto ubriacando di bugie e vomiterò lo schifo che mi faccio. Ma sono su un aereo ad attendere la morte che mi porti da te. Arrivederci, amore mio.©

(via urlandocontro-ilcielo)

Cristo, piango… rebloggo a vita, è stupendo..

vivosoloneimieisogni:

tigiuroseiimportante:

No

nope

No.
"Tu non sai cosa vuol dire aspettarti e sapere che non arriverai mai."A. Chinaglia (via nonsorridermipiutiprego)

4.860 note · 2 giorni fa

"Resta con me,perché un attimo trascorso insieme vale più di mille attimi messi insieme."(via desolantepanoramaumano)

158 note · 2 giorni fa

"Bisogna amarsi, e poi bisogna dirselo, e poi bisogna scriverselo, e poi bisogna baciarsi sulla bocca, sugli occhi, e ovunque."V. Hugo (via distruggerci)

3.545 note · 2 giorni fa

"VOI NON CAPITE UN CAZZO DI COME CI SI SENTE AD ESSERE SEMPRE IN IMBARAZZO CON SE STESSI, A VERGOGNARSI DI METTERE UNA MAGLIETTA UN PO’ PIU’ STRETTA DEL SOLITO O A STARE IN COSTUME DAVANTI A TUTTI. NON SAPETE QUANTI SACRIFICI SI DEVONO FARE. NON SAPETE QUANTO SI STA MALE A VEDERE CHE IL NUMERO SULLA BILANCIA NON CALA. VOI NON SAPETE QUANTO CAZZO MI FACCIO SCHIFO, PERO’ CONTINUATE A CRITICARMI E A FARMI SENTIRE PEGGIO.
ALLA FINE L’UNICA CHE RESTA DA SOLA SONO IO.
L’UNICA CHE VIENE MESSA DA PARTE DAGLI AMICI, DAI GENITORI, DAI COMPAGNI DI SCUOLA E DAI RAGAZZI.
SEMPRE E SOLO IO."
(via this-is-alessia)

949 note · 2 giorni fa

"- Odio la scuola.
-Ma grazie ad essa hai conosciuto delle persone stup…
- Stupide. Delle persone stupide."

Perlabionda. (via perlabionda)

Appunto.

(via deepinmyboness)


1.738 note · 2 giorni fa

vento-gelido:

-
soffroeppuremivienedaridere:

.
"Sai, io lo so che non mi mancherai per sempre. Ma oggi mi mancavi ancora troppo per poter andare avanti. Forse domani sarà il grande giorno. Ma oggi ti amo ancora."

-Francesco Roversi. (via ihaventhope)

Mh

(via deepinmyboness)


561 note · 2 giorni fa

14.786 note · 2 giorni fa

"Ma in fondo io ci spero ancora che tu ci sia nel mio domani."Cesare Cremonini (via malessia)

5.418 note · 2 giorni fa

"

Aspettavo impazientemente in una stupida sala d’attesa di un ospedale. Avevo preso il primo aereo pur di venire al più presto possibile, e una volta arrivata mi toccava aspettare; aspettare poi per vedere colui che conoscevo meglio al mondo. Il mio vecchio migliore amico. Quella persona che solo dieci anni fa cancellava le mie lacrime con sorrisi, abbracciava le mie arrabbiature inutili e appoggiava i miei stupidi sogni di gioventù, come quelli di diventare una spogliarellista. Ero una pazza a vent’anni, non dormivo mai a casa e già avevo provato tutti i tipi di droghe. Ma con me a dirmi di non farlo c’era sempre stato Rio. Con i suoi capelli scuri e gli occhi verdi mi rimproverava in continuazione, prima di sparire sulla sua Rosaly a tutta velocità. Era anche lui un pazzo, ma mi fermava prima di fare qualcosa di stupido, per far quel qualcosa assieme a me. Era come un fratello, un ragazzo, un migliore amico oppure non era niente se non la solita persona da cui vai in continuazione, anche per sapere il parere di un film. La verità è che io e lui non avevamo mai avuto etichette. Lui con la sua giacca di pelle nera, l’inconfondibile ghigno che un po’ mi irritava e un po’ mi eccitava; gli occhi verdi quasi fluo e una fila di ragazze a baciare la terra dove camminava, anzi correva sulla sua Rosaly. Mentre io ero la solita brava ragazza, con la coda bionda raccolta in una coda e il viso acqua e sapone; poi però incontrai lui, il mio migliore amico. E divenni una vera pazza, con le ciocche azzurre e una costante canna in mano. Grazie a lui mi ero divertita, grazie a lui avevo provato cosa significasse essere una camomilla. Una di quelle ragazze che si legano di spalle con una cintura al loro ragazzo che guida la modo ad impennate. Fantastico, cazzo. Ricordo che stringevo gli occhi per la paura, mentre l’asfalto mi fissava e lui dava troppo gas. Avevamo vinto cinquecento euro ed ero diventata la sua camomilla. Tutti volevano essere la camomilla di Rio, ma lui aveva scelto me. Quella ragazza che legge Shakespeare sotto il ramo coperto d’un albero e si massacra la coda bionda quando i suoi verdi la fissavano. Gli occhi verdi di Rio, avevano uno strano effetto su di me. Limpidi e sinceri con uno strano luccichio che faceva capire quanto lui valesse, voleva fare il pittore di giorno e il motociclista illegale di notte. E quasi lo rivedo quando con la sua giacca di pelle e il suo ghigno, davanti la serra dove c’erano le tombe di tutti i morti sulle moto per stupide gare, mi diceva che era immortale e non sarebbe mai finito in una tomba. Ma se proprio doveva morire, mi diceva, voleva essere seppellito alla serra e donare la sua Rosaly a me. Come se io me ne facessi qualcosa di quella moto per delinquenti, gli rispondevo con un sorriso schernitore.

“Signorina,ora può entrare.” Mi richiamò alla realtà al voce dolce dell’infermiera, che mi accompagnò alla stanza venti\uno\quattro. Spalancai la bocca. Era la stessa data in cui partii. Venti gennaio millenovecentonovantaquattro. Entrai cauta, paurosa di ciò che avrei potuto trovare.

Tubi, solo tubi. Ricoperto da tubi s’un lettino. Gli occhi chiusi non permettevano al verde di brillare. La maschera per respirare non permetteva al ghigno di comparire. E lui era il mio pazzo amico, attaccato ad un filo. Incidente in moto avevano detto, era ubriaco; cercava di dimenticare. Ma dimenticare chi? Cosa? Non potevo saperlo. Ciò che avevo davanti non era Rio, ma solo l’involucro del suo corpo. Un involucro seppur bellissimo che non esprimeva nulla.

“Era ubriaco.” Commentò l’infermiera ancora dietro di me; sussultai non sapendo che ci fosse. Piangevo.

“Cercava di dimenticare una certa Sara. Si è anche fatto un tatuaggio sul petto con su scritto Sara.” Continuava lei, ignara del dolore che mi affliggeva. E in un attimo tutto mi fu chiaro. Cercava di dimenticare me da ben dieci anni e cosa non era meglio del sonno eterno? Tutti avrebbero preso per uno stupido incidente, ciò che in realtà era un suicidio. Piangevo lacrime amare anche davanti l’infermiera, urlavo il suo nome. E una parte di me diceva di staccare quel filo per portare a termine ciò che aveva iniziato. Ma poi mi calmai. Dovevo parlargli.

Passai per la cartolibreria e comprai un intero pacco di biro e due quaderni. Andai a casa sua, ignorando le telefonate di mio marito rimasto a New York. Sapevo il trucco per aprire la sua porta senza chiavi, a vent’anni era il mio rifugio. Il suo profumo mi sommerse insieme ai ricordi legati a quella casa. Subito mi feci una doccia col suo bagnoschiuma e dopo mi vestii con i suoi vestiti. Volevo conservare il suo profumo, volevo conservare tutto di lui nei miei ricordi.

Era l’una di notte, non riuscivo a dormire e sulla tv facevano solo repliche del grande fratello, presi una biro nera. Odiavo quelle blu. Presi il quaderno e iniziai a scrivere una lettera.

Caro Valerio,

anzi Rio mi è più familiare.

Caro Rio,

come stai tutto bene? Com’è la vita attaccata ad un filo d’ospedale? Spero bella, perché è la vita che ti scelto quella notte in cui hai cercato il suicidio. Spero che tu non muoia per la tua stupidità. Lo hai davvero fatto per dimenticarti di me? Volevi davvero dimenticare i dieci anni passati insieme più belli della nostra vita? Spero di no. Sei uno stupido, cazzo. Non hai idea di quanto tempo io abbia passato sotto gli occhi di mio marito a fissare il telefono, per una tua telefonata. Ora ho trent’anni sai, pensavo tu fossi cambiato. Pensavo tu non corressi più, stupida vero? In realtà correvi eccome, ma solo per toglierti la vita. Mentre io sono diventata dottoressa, ho messo la testa a posto e mi sono fatta una famiglia, tu correvi, ti ubriacavi e dipingevi me. Ho visto i tuoi quadri, li trovo stupendi, seppur ci sono sempre e solo io. Il mio preferito è il ritratto di noi due al mare, è veramente stupendo. Ti ricordi quella giornata Rio? Io avevo tredici anni, tu quindici. Avevo appena litigato con mia madre e tu mi eri passato a prendere con il tuo motorino. Quel catorcio di motorino, non può proprio competere con Rosaly che ricevetti solo due anni dopo. Io piangevo, era tardi, forse le dieci. Tu continuavi a dirmi che sarebbe andata bene, che mia madre non mi odiava aveva solo il ciclo ed io mi chiedevo se crederti o no; poi verso mezzanotte, litigammo e tu mi presi in braccio portandomi in spiaggia. Che schifo di mare che c’è qui. Ballammo tutta la notte, tra abbracci e carezze. Facemmo persino il bagno delle due del mattino. Tu eri completamente nudo, io avevo tenuto l’intimo, mi vergognavo e non avevo neanche fatto la ceretta. Mi salvasti la vita quel giorno, ma non era quel giorno che legammo veramente.

Era mezzogiorno, io di anni ne avevo quattordici era passato un solo giorno, con te ci parlavo ti consideravo una specie di fratello. Entrai in classe, primo giorno alle superiori. Avevo paura, tu facevi il terzo. Ero terrorizzata non sapevo come parlare, con chi parlare e se parlare. Trascorsi una giornata d’inferno, finché, verso la quarta ora, mi presi sotto braccio e mi feci conoscere tutti i tuoi amici, tutti quelli più popolari. E da quel giorno seppur ero una secchiona, tutti avevano una scusa per parlare con me. Lo stesso pomeriggio venni a casa tua per studiare e tu mi raccontasti tutto di te. Di come tuo padre voleva che diventassi un attore, come tuo fratello maggiore Edward, di come tu ti eri rifiutato categoricamente seppur avevi solo sedici anni. Di come tua madre ti abbandonò da solo con tuo padre e di come ti fossi ripreso in fretta. Quel giorno tra risa, pianti e popcorn nacque qualcosa di speciale: la nostra amicizia. Ci chiamavano gli inseparabili, dopo solo una settimana io e te eravamo indivisibili. Io sapevo tutto di te e tu tutto di me. Mi sembra uno scambio equo. Ma non potrai mai capire il bene che ho sempre provato per te, nei tuoi abbracci, nei tuoi baci, nelle tue carezze. Ho solo un rimpianto, quello di non averti baciato di nuovo. Ti ricordi il nostro primo ed ultimo bacio? C’era un sole che spaccava le rocce, eravamo in piazza. Tu con la tua nuova ragazza ed io col mio ragazzo, avevamo litigato. Non facevo altro che strusciarmi con Tommy per vedere la tua reazione, ovviamente eri rosso dalla rabbia. Ma non quanto me per tutte le volte che sussurravi cose dolci ad Anna. Non dicevi mai cose dolci ad una ragazza, tranne me. Ovvio. Fino a quando non me ne andai per fare una passeggiata, ma Tommy mi baciò più volte con irruenza fino a quando non gli urlai contro che mi faceva schifo e che lo usavo per farti solo ingelosire. Lui mi diete della manipolatrice, aveva già sedici anni all’epoca e tu eri maggiorenne. Ero sola, triste e sapevo che tu stavi appiccicato a quella; per concludere, mentre ero poggiata sulla fontana di Trevi a prendere e tirare monetine, scese giù dal cielo il diluvio universale. Io ero in canottiera, era il venti agosto, cazzo. Non feci per andarmene, non me ne fregava se mi bagnavo; tanto non avevo passato la piastra. Dopo qualche minuto passato a pensare cazzate come Goku avesse ucciso Cell, a quei tempi andava dragonball, tu corsi da me. Ricordo quasi bene ciò che mi dicesti.

“Puffolosa che ci fai qui?” Mi chiesi con il tuo solito ghigno, per la mia camicia bianca. Bagnata. Ed ero senza reggiseno.

“Pervertito.” Ero piccola, ed ero ‘na mezza santa.

“E vaffanculo.” Urlasti, sotto la pioggia. Solo che tu avevi l’ombrello. Incominciai a piangere, mi piegai su me stessa per non farmi vedere e piangevo in convulsivamente, fino a che non mi copristi con l’ombrello.

“Cazzo vuoi?” Ti chiesi arrabbiata, notando che fossi coperta.

“Voglio fa’ pace, abbe’?” Urlò facendomi alzare, mi ricordo perfettamente come mandasti l’ombrello a fanculo e unisti le nostre labbra. I tuoi occhi verdi che mi divoravano e le tue labbra che affogavano nelle mie. Bacio dolce, bacio passionale, una danza fra le nostre lingue. Un bacio, uno solo. Il giorno dopo ero tremendamente imbarazzata finché non mi presi da parte e con sguardo vago mi dicesti che volevi continuare ad essere mio amico seppur ti attraevo sessualmente. Da quella notte dormire con te fu molto più complicato, vivevo con l’ansia di buttarmi addosso a te. Non te l’ho mai detto, ma ci sognavo sempre su un set d’un film porno. Dio, forse andandomene ho fatto l’errore più grande della mia vita. Ti ricordi quel giorno? Io avevo annunciato con felicità che sarei partita per la grande mela in cerca della mia vita, tutti felici tranne te. Non me ne curai pensando che fosse solo nostalgia prematura. Ma una settimana dopo quando presi quell’aereo che ci allontanò per sempre, tu non venni per salutarmi e piansi lacrime amare per tutto il viaggio. A New York mi sono sposata, è anche lui un medico. Lui è un errore, come tutta la mia cazzo di vita a New York. Ora che ci penso ho fatto un grosso sbaglio ad andarmene da te, procurando la tua e la mia tristezza.

Perciò SCUSA, ma la verità è che sono sempre stata innamorata di te e rimanere qui significava essere la tua migliore amica per sempre. Solo ora mi accorgo di quanto fosse forte il tuo sentimento per me. Se potessi tornare indietro nel tempo, invece di partire sarei corsa da te, per baciarti e urlarti il mio amore. Non l’ho fatto e mi ritrovo una vita di merda senza i tuoi fantastici occhi verdi. Sapevo che non sarei dovuta tornare qui, troppi ricordi, troppo te. Devo finire di scrivere ‘ste stronzate, tanto tu non leggerai e, se lo farai, io sarò di nuovo a New York. Ma le probabilità che tu ti sveglia sono una su un milione. Spero che tu sia quell’uno in cui tutti credono (o temono), quell’uno che tutti vogliono essere, ma non ci riescono diventando soltanto un numero indefinito, sfogato, in un angoletto buio dov’è difficile vedere persino quale numero è capitato a te.

Stupida. Ecco cosa sono. Ora piango. Più per me che per la tua quasi morte.

Sono stupida, ti amo e tu stai morendo. CAZZO.

Ed è tutta colpa mia. Io sono partita, io mi sono rinchiusa in un corpo da dottore quando poi volevo fare la spogliarellista, o correre assieme a te. Io mi sono costruita un guscio e sempre io sto rompendo pezzo dopo pezzo questo guscio inutile, un guscio di ricordi, un guscio pieno di te.

Sembra più una lettera d’amore che d’addio, ma finalmente ho detto tutto.

Mi sento libera come quella volta a luglio, che ero scappata di casa e tu mi portasti con te a una super festa. Mi impasticcai e mi buttai giù da uno scoglio. Tu corsi verso di me e riuscisti a buttarti con me, mi presi tra le tue braccia e ti misi di spalle. In modo da poter prendere tu lo scoglio sotto di noi e noi io. Fortuna volle che lo scoglio lo prendemmo solo di striscio, io non mi feci niente in quanto ero sopra di te. Tu ti ruppi tutte e due le gambe con la grossa possibilità di giocartele definitivamente, per la botta alla spina dorsale. Eppure due giorni dopo all’ospedale mi dissi:”che volo che abbiamo fatto eh!” E avevi iniziato a ridere come un pazzo. Quella notte mi sentii per la prima volta libera davvero seppur ero stata una stupida. Sono sempre stata stupida, forse è nel mio dna. Dio, solo ora mi rendo conto quanto tu mi manchi. Ora mentre indosso la tua giacca preferita, pervasa dal tuo profumo. One million, se non sbaglio. Mi mancano i tuoi baci sulla mia fronte per darmi la buona notte, sono quasi sicura che lì tu abbia lasciato un piccolo solco. Mi mancano le tue carezze quando piangevo o semplicemente quando guardavamo un film. Mi manca guardare RomeoxJuliet assieme a te, mentre tu mi coprivi gli occhi per non farmi vedere Romeo morire. Dopo poco seguito da Giulietta. E’ questo che ci è successo a noi? Siamo diventati come Romeo e Giulietta? No.

Loro sono morti, ma il loro amore è ancora vivo. Noi non siamo morti, ma il nostro amore si.

Sono stufa di scriverti del mio dolore, se leggerai vieni da me e baciami.

Se sarai morto piangerò per te, dal mio attico a New York. E prometto di pensare a te tutte le volte che farò l’amore con mio marito.

Dico arrivederci e non addio, perché spero in un nostro incontro, nei sogni da morti. Dovunque tu voglia, l’importante è che tu ci sia.

Al prossimo sogno, o vita

Tua Sara nanettapuffolosaisterica (pure senza ciclo.)

Ti amo e arrivederci.

Guardai attentamente il quaderno. Presi le pagine che mi servivano e le piegai in malo modo, prima di riporle in una busta per le lettere. Da fuori sembrava una normalissima lettera, se non fosse per il contenuto distruttivo. Sto venendo verso la tua stanza, senza salutare i tuoi genitori che discutono se staccarti la spina o no. Entro, in silenzio. Sei bellissimo sai? Anche con tutti quei fili attaccati, anche senza forza, anche se nascondi i tuoi bellissimi occhi e il tuo irritante ghigno. Sei uno strano essere complicato, ma io ti amo. E cazzo, non sai quant’è liberatorio poter ammettere che ti amo. Sei steso su quello stupido lettino, continuo a fissarti. Mi avvicino, sposto la mascherina. E ti bacio. Solo a stampo. Un bacio così desiderato, uno di quelli che mi ha logorato dentro.

“SVEGLIATI!” Urlo, piango, urlo e piango ancora. Non posso vederti così, ti prego svegliati, ti prego parlami, ti prego perdonami. Ma tu non ti muovi neanche, capisco che sei morto. Prendo la mia lettera, la poso nella tasca della tua vestaglia d’ospedale.

“Ma cosa fai?” Mi chiede tua madre con un dolce sorriso, non l’ho neanche salutata.

“Gli do una lettera”, ammetto sapendo di avere due solchi sotto gli occhi e di indossare ancora la tua giacca.

“Sai mi han detto che si è ucciso per dimenticarti.” Vorrebbe addossare la tua morte su di me, forse me lo merito. Non rispondo.

“Suicidio non incidente” continua senza piangere. Mi chiedo da quanto tempo tu sia in questo stato.

“Nella serra.” Sussurro guardandoti, prima di andar via da quell’ospedale. Ho lo sguardo perplesso di tua madre su di me, si chiede cosa significhi la serra. Lei lo sa, ma non vuole ammettere che ti dovrà seppellire. E questo è un addio. Sto per salire una seconda volta sull’aereo che mi porterà lontano da te, andrò da mio marito, gli dirò che lo amo e desidererò di morire. Ed è questo il mio futuro. Tu sei morto fisicamente, io nell’anima. Guardo fuori dall’oblò immaginandomi un’ultima volta i tuoi occhi verdi. Mi arriva un messaggio, tua madre. Ha staccato la spina e ha scelto la serra per seppellirti ma mi ha anche detto che la mia lettera è stata incisa sulla tua lapide. Lapide lunga.

Spero che quest’aereo precipiti.

Con un senso di vuoto e morte dentro me, ritorno a “casa mia” da mio marito che mi aspetta e i miei pazienti da curare. Mi sto ubriacando di bugie e vomiterò lo schifo che mi faccio. Ma sono su un aereo ad attendere la morte che mi porti da te. Arrivederci, amore mio.©

"

(via urlandocontro-ilcielo)

Cristo, piango… rebloggo a vita, è stupendo..


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